Enza, mentre era in partenza, con violenza si trovò in una difficile circostanza. Non era semplice influenza e nemmeno una perfida maldicenza, ma una vera e propria mancanza di coerenza (nonchè di buona creanza). Penza che ti ripenza (*che è una poetica licenza), la nostra povera cittadina di Valenza (dove non c'è assenza di manovalanza) capì che era giunto il momento di porre fine alla latitanza (una parola che usa anche Silvestri ne La Paranza) ed anche soprattutto ad una duratura sofferenza. Infatti la lontananza dell'amata cagnolina Tapioca (che non fa assolutamente rima con *anza* *enza* od *onza*) aveva allertato non solo tutta la cittadinanza, ma perfino la corrotta vigilanza. No, non è come pensate con baldanza, qui non c'entra niente la Monaca di Monza: la piccola Tapioca s'era presa una vacanza inseguendo un pezzo di lonza (fresco fresco di mattanza) attaccato ad una lenza. Che stupida cagnolina ed oltremodo stronza! Di cibo non aveva carenza anzi ne aveva proprio a sufficienza, semplicemente non aveva costanza nè pazienza per i modi della signora Enza. Così Tapioca scappò tutta presa nella sua impellenza e riluttanza, con una certa antipatica flatulenza, lasciando la padrona in anzia (*altra poetica licenza). Passarono giorni, settimane e mesi, ma Enza piangeva chiusa nella sua stanza e non gioiva più nemmeno della danza, ma faceva solo penitenza senza intermittenza per riavere Tapioca. Arrivò perfino un'ambulanza per l'occorrenza (si dice volessero farle una risonanza), e addirittura la Guardia di Finanza (di cui dovremmo valutarne l'equipollenza): che demenza! Poi finalmente, quando Enza si riprese anche grazie alla potenza di Emule Adunanza, decise appunto di andare in vacanza a Cosenza. E qui si torna all'inizio della nostra romanza.
Caro lettore, non sto a raccontarti la commovenza (*terza ed ultima poetica licenza), quando la triste Enza vide ricomparire Tapioca in lontananza. Ma che impudenza! Senza alcuna prudenza Tapioca si lanciò in braccio ad Enza. Del resto era pur sempre una piccola stronza.
FIN.
Dedicato ad una persona che, altrimenti, non sa quanto sia presente nei miei pensieri.
Solo un modo strano, a soggetto, per dire ti voglio bene.
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