sabato, 31 maggio 2008
Da spettatore, il senso generale che si percepisce è quello di un'operazione fatta per permettere a quattro attrici incapaci di crearsi una carriera dopo il folgorante successo della loro serie tv di ritornare alla ribalta e assicurarsi una pensione serena. Come dire, lucrare, lucrare, lucrare.
Il che non è per forza un difetto.
E certo, tutti voi potrete obiettare che il cinema esiste nel 99% dei casi unicamente per far circolare i quattrini. Ma ecco, in questo caso si vede. O meglio, non si vede altra motivazione, non sembra esistere ragione alcuna per cui valesse la pena resuscitare un concetto tanto cult quanto anni '90 come questo.
Un bel film? Forse.
Un buon film? Assolutamente no.
La prima cosa che mi ha colpito è l'estrema fedeltà alla matrice telefilmica. Non solo per la storia, ma addirittura per tutto il corollario tecnico/artistico, possiamo tranquillamente dire che Sex and the city Il Film è praticamente la settima stagione ufficiale del telefilm. Non c'è alcune re-invenzione di linguaggio, il passaggio da piccolo a grande schermo non ha comportato alcun cambiamento. E forse, a mio avviso, è questo l'errore più grave e imperdonabile della pellicola: è come se avessero pompato all'estremo una puntata da 40 minuti del serial, rendendo leggermente più patinata la fotografia, aumentando il budget, e allungandone la durata. E i titoli di testa che riassumono la storia dello show tv sono un pò tristini.
Il problema è che cambiando il media di riferimento, era necessario cambiasse anche il linguaggio utilizzato, soprattutto se ci soffermiamo sulla regia decisamente piatta e noiosa di Michael Patrick King (creatore della serie). E' brutto da dire per un film come questo, ma Sex and the city manca completamente di stile: se non fosse per le quattro protagoniste, la pellicola non ha davvero niente di speciale.
Passiamo dunque a loro, la vera raison d'être del film.
Forse è anche stupido da parte mia aspettarmi qualcosa di nuovo da quattro personaggi (e non quattro persone), e devo essere sincero con me stesso, non posso certo criticarne la bidimensionalità o la mancata evoluzione psicologica perchè non avrebbe alcun senso: sono quattro monoliti, sono quattro caratteri, quasi maschere da teatro veneziano (la complessa, la ninfomane, la frigida, la snob), ed è giusto che rimangano così. Ed effettivamente sono personaggi che reggono bene il gioco, divertono, sollevano polemiche con i loro comportamenti tanto idioti quanto umani. Amate od odiate che siano, sono identità ben sviluppate, superficiali ma del tutto godibili. Per quanto mi riguarda, ho trovato particolarmente sacrificato il personaggio di Miranda e soprattutto di Charlotte, ma del resto è così anche nel telefilm, quindi c'è poco di cui lamentarsi. Gli uomini praticamente non hanno vita, ma vabbè, tanto non c'è Aidan, quindi a me che me frega degli altri..
Punto debole della pellicola rimane la sceneggiatura estremamente sciocca e sorprendentemente superficiale. Quello che davvero colpisce è l'estrema banalizzazione, quasi volgarizzazione dei sentimenti, cosa che mai era successa nei 7 anni di trasmissione televisiva: non voglio rivelare dettagli della trama, ma le risoluzioni amorose di questo film lasciano davvero a bocca aperta per quanto sono sciocche.
Samantha è l'elemento comico del film quindi in linea di massima riderete se vi fanno ridere le sue esternazioni sessuali: personalmente non mi scompiscio per le sue battute sugli uccelli, il dentice di Dante, la foresta tra le gambe eccetera eccetera. In generale comunque la comicità del film diciamo che tende più verso Boldi e DeSica che verso Woody Allen.
Insomma, Sex and the city è tristemente un film che non ha nulla di speciale, nè particolarmente brillante, nè particolarmente brutto. Si trova lì, in quello spazio tra il mediocre e il carino. Vestiti, scarpe, borse, appartamenti da sturbo, un tripudio fashionista da frociarole impazzite, musica caruccia: sì ok, ma francamente a me non basta. Essenzialmente, manca al film un elemento fondamentale, che mai era venuto meno nelle sei stagioni televisive, quell'elemento che mi ha fatto innamorare dello show, che mi ha fatto ridere, piangere, amare New York.
Gli manca un'anima.
E questo sì, è imperdonabile.
C

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lunedì, 26 maggio 2008

Prima di parlare del film, devo per forza dire due cose.
Sono due i film che mi hanno fatto amare il cinema in maniera così viscerale. E no, non elencherò nessuna pellicola di Jodorowsky o di Bunuel, perchè francamente, chiunque dica di aver amato il cinema guardando Antonioni o Godard o registi di questo tipo, beh, è semplicemente un gran bugiardo (o una persona davvero disturbata).
Io ho capito che il cinema fosse arte guardando proprio I predatori dell'arca perduta.
Ho avuto i brividi ascoltando John Williams, ho tremato davanti agli inseguimenti, alla nuova idea di montaggio, allo spettacolo assoluto che Spielberg mi ha regalato. Quindi per me, personalmente, questo quarto episodio è qualcosa di più di un semplice film, è come un ritorno alle origini, è come la riscoperta dei motivi che mi hanno portato ad essere ciò che sono.
La seconda cosa riguarda le recensioni: se c'è una cosa che odio è distruggere un film. Ma soprattutto distruggere l'idea, le aspettative, il clamore e l'attesa di vedere un film: chi ama davvero il cinema si nutre di queste cose, si nutre dell'attesa, della coda alla biglietteria, delle luci che si spengono prima della proiezione, del silenzio. E siccome Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo è uno dei film con una base di fan più ampia in assoluto, invito chiunque non l'abbia visto a non leggere questa recensione.

Detto questo, cominciamo.
Indiana Jones 4 è un film spaccato a metà. Anzi, la spaccatura arriva verso i 3/4 del film.
Prima dei venti minuti finali infatti, il film è assolutamente adorabile. E' caciarone, giocattoloso, divertente, pieno di battute spiritose, pieno di effetti visivi funzionali, inseguimenti clamorosi (strepitoso l'inseguimento nella foresta amazzonica: 10 minuti di meraviglia), momenti talmente over the top come solo Indiana e Co. possono permettersi.
La trama è poca cosa sinceramente: c'è poca storia, i comunisti al posto dei nazisti, i russi al posto dei tedeschi, la guerra fredda al posto della seconda guerra mondiale. Niente di esaltante, il soggetto è sicuramente inferiore a quello dei tre capitoli precedenti (forse al pari con il Tempio maledetto). Ma del resto, non si va a vedere Indiana Jones per essere istruiti, nè per apprendere, nè per essere coinvolti dal plot: si guarda Indiana Jones per cavalcare l'avventura. Punto.
E la prima ora e mezza è vera avventura: il prologo con la bomba atomica, l'apparizione di Shia LaBeouf e l'inseguimento in città, la straordinaria parentesi amazzonica. Gli effetti visivi sono splendidi e divertenti, le battute sono sempre al posto giusto, qualche lungaggine di troppo.
Quello che funziona poco sono sinceramente i personaggi di contorno: Karen Allen è piuttosto superflua, cioè, è carino rivederla in scena ed sfido chiunque a non trovarla adorabile, è solo che la sua è una parte davvero superficiale, una specie di macchietta che non ha vera ragione. Così anche per Shia LaBeouf SPOILER che poi scopriremo essere il figlio di Indiana Jones, e probabile prosecutore del franchise di Indiana Jones FINE SPOILER, e soprattutto per il villain di Cate Blanchett, personaggio già di per sè piuttosto sciocchino, ma ucciso letteralmente dal doppiaggio italiano.
Harrison Ford, grazie ai filtri sull'obiettivo e ad un lavoro sull'immagine che sarà costato quanto un'ora e mezza di effetti speciali, è un vero fico, e per vero fico intendo che me lo farei. Non ero particolarmente propenso a far resuscitare questa icona cinematografica, perchè vedere un eroe invecchiato è una delle cose più tristi in assoluto. Con il senno di poi, posso dire che ancora ha qualche carta da giocare questo vecchietto.
Insomma, la prima ora e mezza è spettacolo, è quello spettacolo che mi aspettavo.
Veniamo poi al cataclisma, gli ultimi venti minuti.
Io so che Spielberg ha dei problemi con i finali: Salvate il soldato Ryan, AI, La Guerra dei Mondi, The Terminal.. Spielberg sembra incapace a dirigere dei the end, sbrodola, sbrodola come un labrador affamato. E qui uguale, la fine di Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo è quasi atroce. Dove volesse andare a parare, io l'avevo capito già dopo mezzora di film: iniziano a suonare i miei campanelli d'allarme, e ahimè, ho fatto centro. Ma non sono un genio neh, se conoscete Spielberg, sapete benissimo quale sia uno dei suoi punti deboli.
Ed è un vero peccato. Troppo uso di CGI, che per un prodotto come Indiana Jones è una vera bestemmia, troppa inverosimiglianza non gustificata, troppo insensatezza, buchi di sceneggiatura, un delirio audio-visivo che non ha giustificazioni. Nel tentativo di non deludere i fans hanno pompato il film oltre la sua capienza: e per questo, senza alcun controllo, il film deborda.
E distruggere i venti minuti finali di una pellicola significa far dimenticare quanto di bello c'era nella prima ora e mezza.
E la bella, luminosa fotografia del fedele Janusz Kaminski non fa nulla, non può nulla contro l'ego esagitato di un regista che ha dimenticato come fare un bel film artigianale.
C+

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lunedì, 12 maggio 2008
Speed Racer è un oggetto davvero strano.
E' talmente pieno di difetti, che è quasi impossibile non trovarlo adorabile. I suoi personaggi, il suo mondo, il suo universo parallelo: Speed Racer è tutto e il contrario di tutto. In alcuni momenti è noioso, lungo, indecifrabile e indifferente, e quasi ti vien voglia di gettare la spugna e dire che "no, è proprio un film brutto", ma poi cambia sequenza, si inserisce la marcia giusta e si trasforma in un enorme mela caramellata che ti chiede solo di leccare ogni sua singola zuccherosa goccia di sciroppo.
Probabilmente è uno di quei film che ti chiedono a gran voce di essere amati, una di quelle pellicole che devi sforzarti di amare, che ti chiedono fatica e convinzione, un atto continuo di cieca fede.
E se ti arrendi a tutto questo e ti sforzi di amarlo, Speed Racer funziona.
Molti potrebbero accusare il film di essere tutta forma, di essere solo estetica al servizio del vuoto cosmico, tutto fumo insomma, senza ombra di arrosto. E il punto secondo me è proprio questo: il fumo E' la sostanza, Speed Racer fa dell'estetica il suo discorso, il suo cardine, non esiste un messaggio ma anzi, si ritorna a quella che è la funzione per cui il cinema è nato: fare spettacolo, stupire, ingannare l'occhio, illudere lo spettatore. Questo film è la sua immagine, e la sua immagine diventa il senso stesso dell'operazione: da questo punto di vista, Speed Racer è completamente delirante.
Tradurre in parole le immagini di questo film è inutile: i € 7,80 del biglietto del cinema valgono almeno solo per questo, provare l'esperienza cromatica di questa pellicola, un esperimento da mal di testa, che probabilmente solo un bambino sotto LSD riuscirebbe a raggiungere.
La fotografia utilizza colori iper saturi (si sconsiglia la visione ad epilettici) che spaziano dal fluo a giochi di luce da Las Vegas, una profondità di campo pari a zero grazie all'utilizzo di obiettivi che mettono a fuoco tutti i livelli dell'immagine, sequenze disegnate, sfondi completamente digitali, ambientazioni surreali, citazionismo pop che non lascia scampo e che mescola l'anime giapponese a 2001 di Kubrick, Tekken agli anni '60, in un delirio visivo che non ha eguali. E non ve lo sto neanche a dire, se avete intezione di vedere questo film, non aspettate il DVD perchè solo al cinema ha un senso, ha una ragione d'essere. Le corse automobilistiche sono al di là di ogni immaginazione, e il rischio di schiumare dalla bocca come lumache in preda all'acido è assolutamente una realtà.
I problemi del film si svelano nel momento in cui questo cerca di andare oltre la sua estetica.
La storia di Speed Racer infatti è sinceramente poco coinvolgente, e i personaggi non riescono ad incantare. Ma è soprattutto la sceneggiatura a fare difetto, a risultare non solo poco brillante, ma spesso anche troppo retorica, ridondante, risaputa, con alcuni momenti eccessivamente lunghi, confronti tra personaggi poco riusciti, scioglimento delle tensioni inefficace.
Emile Hirsch è bravo come sempre, e riesce a diventare quell'icona che Speed Racer è. Anche Christina Ricci è adorabile nel ruolo di Trixie, e tutti i comprimari (dalla Sarandon a Goodman) risultano convincenti e belli da vedere. Sono tutte figure bidimensionali, veri personaggi da fumetto, e se da una parte è filologicamente corretto che siano così, è anche vero che dall'altra non trasmettono quell'empatia e quell'energia che per un successo cinematografico sono necessari.
Da non sottovalutare la gloriosa colonna sonora di Michael Giacchino, che rapidamente sta diventando il mio compositore preferito. Un genio.
La regia dei fratelli Wachoski è abile a tenere le fila di un film così carico di elementi e di un universo così complesso come quello di Speed Racer, ma purtroppo sembra a volte incapace a tenere a freno del materiale così folle.
E' un film acido, psichedelico, al di fuori di ogni logica narrativa e cinematografica.
Difficile, incomprensibile, a tratti noioso e glaciale.
Eppure lo spettacolo c'è, e si vede.
B-

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domenica, 04 maggio 2008

Avrei voluto scrivere la recensione de L'altra donna del re, ma francamente non ho voglia. Cioè, è domenica sera e l'ultima cosa a cui penso è scrivere a proposito di un film che non sfigurerebbe nel ciclo Donne al bivio - Dossier di Rete4 (comunque a chi interessa, C-).
Comunque il weekend in famiglia passato a raccogliere le mele in campagna è andato benissimo, a parte il fatto che non è stagione di mele ma solo di bacarozzi che si precipitano a pioggia sulla tua testa ad ogni folata di vento. Ma gli insetti sono solo dettagli, perchè in verità io amo la campagna come Amy Winehouse ama il crack.
Il fatto è che io ho un ideale di vita molto amish: fosse per me passerei il tempo ad arare i campi, piantare la cicoria, fingere di vivere nel 1860, ciulare con i parenti, e mettere sulla forca gli extracomunitari.
Penso che non esista al mondo uno stile di vita più bello, sano e gratificante.
In ogni caso il ritorno alla vita cittadina è stato abbastanza traumatico, e per traumatico intendo che oggi domenica 4 maggio mi sono svegliato con la febbre, l'herpes, il cagotto, il mal di gola, praticamente mi manca solo l'alluce valgo e poi potrei benissimo andare a dondolarmi sul campanile di Notre Dame lamentandomi di quanto per noi sgorbi è dura la vita.
A domani.

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domenica, 20 aprile 2008
In un mondo perfetto, Robert Luketic sarebbe il regista sulla bocca di tutti. Abile, capace, profondamente medio (e non mediocre), il suo è un cinema popolare, che arriva a tutti, privo di guizzi, di rischi, di autoralità, ma non privo di entusiasmo o amore per il suo mestiere.
Dopo La rivincita delle bionde e Quel mostro di mia suocera (sì, io ho amato anche questo film), la nuova pellicola del regista conferma quelle che sono delle doti evidentemente naturali. E devo ammetterlo, probabilmente lo giudico superiore ai suoi veri meriti, ma non posso non guardare con sollievo e ammirazione un direttore in grado di produrre ancora delle opere che si collocano al centro, nel giusto mezzo, in quell'area sempre più deserta del film medio, che non sia nè di genere, nè palesemente teso verso i grandi incassi o le grandi lodi.
21 negli Stati Uniti è la sorpresa del 2008, complice anche un periodo non particolarmente ricco di novità o di blockbuster, è riuscito a ritagliarsi la prima posizione al botteghino per due settimane consecutive. Il film è sicuramente dignitoso, veloce, colmo di rassicuranti stereotipi, di sviluppi narrativi prevedibili, e di un certo senso di deja-vu generale che però non soffoca la godibilità dell'operazione.
Il difetto maggiore della pellicola sta essenzialmente nello scarso interesse che i protagonisti riescono a suscitare nello spettatore: a me francamente importava poco della sorte dei personaggi, e questo ha pregiudicato una più viscerale partecipazione e un coinvolgimento più forte con tutta la storia.
Storia che peraltro lascia il tempo che trova: lo spunto può anche essere interessante (un gruppo di ragazzi svaligia i casinò di Las Vegas grazie ad una tecnica matematica che riesce a prevedere e a battere il banco del black jack), ma la realizzazione non riesce a mantenere le promesse, e risulta alla fine non convincente (ok, io sono stupido come una velina e quindi non faccio testo, ma vi assicuro che non ho capito una fava di tutta la spiegazione algoritmica su come prevedere le carte da gioco..).
Gli attori fanno il loro dignitoso lavoro: Kevin Spacey (anche produttore) e soprattutto Laurence Fishburne ovviamente giganteggiano circondati da attori giovani e poco conosciuti. Bravo il protagonista Jim Sturgess, faccia da bravo ragazzo della porta accanto, che con le dovute proporzioni mi ricorda un Dustin Hoffman agli esordi. Notevoli i capelli di Kate Bosworth.
La sceneggiatura è diligente ma assolutamente dimenticabile, con qualche buco di troppo: SPOILER che fine ha fatto Fisher? Ben cambia atteggiamento, da geek a sbruffone fin troppo velocemente.. FINE SPOILER. Tecnicamente è un buon film, ed è innegabile che Las Vegas sia una componente fondamentale per il suo splendore visivo. Carine (ma già viste) le sequenze di gioco ai tavoli.
Nel complesso un film assolutamente accettabile, medio, vedibile tranquillamente in DVD senza alcun senso di colpa. Qualche momento di noia, qualche lungaggine di troppo, colpi di scena inesistenti, un thriller edulcorato ad uso e consumo di teenager senza tante pretese.
Passabile di qualche critica la morale del film.
C

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C'è qualcosa che non quadra in Ortone e il mondo dei Chi. E' strano, ma la somma delle parti è inferiore al valore delle parti stesse. La sceneggiatura è divertente (infantile, ma divertente), le risate non mancano, il protagonista non è immediatamente un classico (come fu Shrek a suo tempo, ad esempio) ma è pur sempre simpatico e con un carattere ben identificabile, costruito bene, i comprimari sono tutto sommato riusciti, e l'animazione assolutamente adorabile. Eppure sembra un film non-finito, sembra che ci sia qualcos'altro che stenti a decollare, che faccia fatica ad arrivare al pubblico.
Innazitutto occorre segnalare come il doppiaggio di Christian De Sica sia del tutto fuori luogo: un elefante dall'atteggiamento infantile che parla come un cinquantenne di Trastevere è piuttosto osceno. Per carità, De Sica non ha colpe, suppongo a questo punto che sia stata la distribuzione italiana a chiedergli di marcare l'inflessione romana e di uscirsene con frasi in romanaccio, ma l'effetto finale è davvero di grande povertà espressiva. Se consideriamo che l'originale è stato doppiato da Jim Carrey, possiamo ancora una volta lamentarci di quanto piccolina sia davvero la nostra penisola.
Doppiaggio a parte, il film soffre probabilmente di una certa abbondanza narrativo-visiva. C'è davvero tanta, forse troppa, carne al fuoco: si parla di amicizia, di famiglia, di Dio, del prossimo, di carità cristiana, di colpa.. è un film così sovraccarico di tematiche e di morali che corre il rischio di non centrare facilmente il bersaglio, di lasciare lo spettatore un pò "perso" all'interno di un colorato universo parallelo. Allo stesso tempo, probabilmente è anche questo il suo punto di forza: un film palesemente infantile che aspira però a raccontare altro, ad insegnare (se possibile) dei valori mescolati con cura all'interno di una storia che fa dell'assurdo e del nonsense il suo epicentro.
Ortone e il mondo dei Chi ha il merito di non scegliere la strada più semplice per raccontare la sua storia: è confuso, pazzo, assurdo, divertente, quasi un sogno astratto in alcuni punti, un incubo in altri. E' difficile stare dietro al suo protagonista, ai paesaggi che incontra, alla storia del minuscolo popolo dei Chi che si nasconde in un granello microscopico, dove nulla ha una dimensione, dove alla fine tutto è relativo, la verità non esiste, e quello che conta è solo l'amore che accomuna i suoi protagonisti. Certo, nulla di nuovo, tutto già sentito, ma rimane comunque un piacevole senso di sorpresa nel vederlo inserito in un film per bambini (perchè è un film per bambini, sia chiaro).
Eh sì, alla fine ho pianto, e quell'essere batuffoloso giallo che prende il volo ogni volta che sospira è il mio nuovo idolo personale.
C+

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lunedì, 07 aprile 2008

Suona così ovvio innamorarsi di un film di cui tutti si sono già innamorati nel resto del mondo.
E vi assicuro che farei qualsiasi cosa pur di non apparire ovvio.
Eppure, Juno di Jason Reitman (regista del dimenticabile Thank you for smoking) è quel gioiello che tutti già diamo per vincente. C'è poco da fare, c'è poco da resistere o da fare gli snob, questo film è una pietra preziosa, è una rara BigBabol all'uva, quelle viola, quelle che non si trovano più in commercio, quelle che ti fanno tuffare in un lago profondo di ricordi e di emozioni.
Per Juno MacGuff, tutto comincia con una poltrona.
Per noi spettatori, tutto inizia con i titoli di testa più pop e naif da 10 anni a questa parte. Sta a te scegliere da che parte stare: guardare la storia all'altezza dei suoi protagonisti, o ergersi a giudici.
E vi assicuro che la prima opzione è quella più divertente.
Perchè il dubbio c'è e mi rimane: a voler usare troppo la testa, qualcosa che non mi ha completamente soddisfatto riesco a trovarla anche in questa pellicola.
Innanzitutto, il film sembra molto un bigino dal titolo "Crea anche tu il tuo film indipendente e carino che abbia un appeal anche commerciale da grande pubblico": c'è praticamente tutto quello che ci dev'essere in un'operazione del genere.
Colori pop: check.
Personaggi stralunati che parlano in maniera simpatica/volgare: check.
Famiglia disfunzionale: check.
Scorrettezza: check.
Musiche alternative di gruppi fashion: check.
Stramberia generale: check.
Insomma, alcune cose del film (vedi ad esempio il telefono-hamburger) urlano fiction da ogni fotogramma e risultano alla fine del tutto non-necessarie, ma quello che c'è di buono è che la generale genuinità e sincerità della pellicola non viene lesa, ma al contrario, trova una dimensione tutta sua, che sembra appartenere quasi unicamente a questo film.
Un altro problema, se proprio dobbiamo fare gli stronzi fino in fondo, sta forse nella sceneggiatura da premio Oscar di Diablo Cody. Le battute fanno sempre centro, i dialoghi sono una bomba, e i rapporti tra i personaggi hanno un'umanità che raramente viene dipinta con questa grazia, eppure il film risulta spesso iper-parlato in una maniera non totalmente autentica. Due parole che renderanno immediatamente cristallino il mio discorso: Dawson's Creek (ok, tre parole..). La differenza fondamentale sta nel fatto che se Joey Potter parlava come se avesse letto Jung e Kant fin dalla tenera età, Juno al contrario parla come una sedicenne dei nostri giorni (parla un pò come me, mette tipo in ogni frase, è la mia eroina!). Ma in entrambi i casi la sceneggiatura risulta iper-mobile, eccessiva, troppo artistica ed artificiale per risultare autentica, pura.
Ok, ora smettiamola di fare gli stronzi ed arriviamo al sodo: Juno è nella mia top 5 dei film più belli che ho visto quest'anno. I personaggi sono sinceramente l'anima del film, sono la sua arma vincente: è letteralmente impossibile non provare un'immediata empatia per ciascuno di loro.
Ellen Page è sensazionale: presente in praticamente ogni singola inquadratura, porta sulle sue spalle l'intero peso del film, con un range interpretativo ampio e perfettamente maturo. Il doppiaggio italiano sicuramente impoverisce la ricchezza verbale del suo personaggio, ma nonostante questo il suo personaggio rappresenta esattamente quello che significa l'adolescenza, ovvero ricerca di un'identità.
Adorabili i suoi genitori, soprattutto la matrigna Allison Janney: sua una delle sequenze più esilaranti e da applauso della pellicola (quella durante l'ecografia). Ma di incredibile spessore la prova di Jennifer Garner nel ruolo di una madre sterile alla ricerca del suo "primo" figlio adottivo: non mi sarei mai aspettato da lei una prova così sincera, spaccacuore e intensa. Bravissima.
Quello che conta in Juno sono sicuramente i rapporti tra i personaggi.
Io non sono molto uno che guarda alla morale del film perchè essenzialmente penso che non debbano essere i film ad insegnarci le cose, o a farci pretenziose lezioni etiche, ma se proprio dobbiamo trovarne una, suppongo che la troveremo là, nei rapporti, nell'umanità che esiste tra le persone.
Il fatto è questo: l'uomo è solo, come si dice in About a boy, l'uomo è un'isola. E Juno sembra volerci ricordare una cosa che troppo spesso dimentichiamo: che la fiducia negli altri è l'unica cosa che davvero può salvarci. Può essere tradita, infranta, ricercata, abbandonata, solida, traballante: ma l'unico modo per vivere le nostre vite è la consapevolezza che negli altri possiamo sempre riporre le nostre speranze, il nostro amore, la nostra fiducia.
E poco importa che tu sia brutto o bello, ricco o povero: una persona che ti ama davvero, ti vedrà sempre cagare rose.
Correte a vederlo.
A-

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martedì, 11 marzo 2008

Solitamente le premesse vengono fatte da chi intende mettere le mani avanti, e questo, devo ammetterlo, è uno di quei casi. 1) non ho mai amato i film dei Coen, troppo gelidi, cinici, una regia troppo costruita, uno stile narrativo che non mi ha mai conquistato (e mi ha lasciato inorridito nel caso delle commedie); 2) ho visto il film allo spettacolo dell'01.20. Di notte.
Un'esperienza raggelante, onirica, distruttiva.
Eppure Non è un paese per vecchi rimane un ottimo film.
La prima cosa che colpisce lo spettatore è la potentissima fotografia di Roger Deakins: epica, comunicativa, limpidissima, il film deve moltissimo a questa, alle sue strade notturne deserte, alla natura siderale, alle città ipermoderne ed aliene. La realtà che ci viene mostrata è quella di un paese in cui non esiste la giustizia, dove il male non solo ha campo libero, ma risulta essere l'unico assoluto protagonista della nostra società, e delle nostre vite. La violenza è gelida e mai compassionevole (voglio il fucile ad aria compressa, l'arma più cool dell'anno), la famiglia non esiste se non nella sua stessa caricatura. E' abbastanza curioso che un film così lontano dai gusti dell'Academy e generalmente dagli interessi del pubblico abbia ottenuto così tanto (Oscar e incassi).
La regia costruisce un impianto narrativo ellittico, tempi dilatatissimi, sequenze tronche, fino ad arrivare a quell'infamissimo finale che per molti è geniale, per altri semplicemente pretenzioso e artificiosamente d'autore. La narrazione è concreta, terrestre, solida, ma è nei dialoghi e nelle aperture che i Coen rischiano di perdersi: il loro è un cinema morale e para-filosofico che usa i punti interrogativi come armi contundenti. La sfida è sopravvivere.
I fratelli Coen hanno uno stile ben preciso, di non facile lettura: molti interpretano questo come un loro punto di forza, ma a tratti si ha la percezione che alcune scelte di regia siano fin troppo costruite e ricercate, scelte imposte aprioristicamente per far gridare all'autorialità.
Ma se c'è una cosa in cui i due fratelli eccellono è la direzione degli attori. Di Javier Bardem se n'è parlato fino allo svenimento (e conseguente Oscar come non protagonista): effettivamente un'interpretazione intensissima, ma soprattutto la capacità di creare da zero una nuova icona del terrore (il primo omicidio è una delle cose più terrorizzanti che io abbia visto quest'anno). Ma è Josh Brolin ad avermi impressionato: grandissimo. Un anti-eroe dipinto con un amore e una cura da grande attore: spero davvero che lo facciano lavorare più spesso, geniale. Notevoli anche tutti gli altri, da Tommy Lee Jones a Kelly McDonald a Woody Harrelson, i Coen sanno decisamente come orchestrare il lavoro di gruppo.
La sceneggiatura tratta dal romanzo di Cormac McCarthy (sempre ad opera del duo di registi) è intensa ed enigmatica, così criptica in alcuni momenti (e qui torniamo al fatidico finale) da lasciare adito a qualche dubbio di troppo. Interessante, epica, quasi western nei suoi schemi: sicuramente da rivedere e riascoltare. Tecnicamente un film eccellente, e molto curiosa l'idea di ridurre al minimo indispensabile l'accompagnamento musicale.
Non è un paese per vecchi è insomma un buon film, che probabilmente lascia più dubbi di quanto davvero intenda: programmaticamente criptico, il film incuriosisce e certamente affascina, ma corre il rischio di stufare lo spettatore, annoiarlo, peggio ancora, lasciarlo indifferente.
Sinceramente mi risulta difficile giustificare 4 premi Oscar, ma ripeto, io non riesco ad interfacciarmi con le storie morali dei Coen. Curioso, interessante, e sicuramente di notevole spessore.
Il tempo probabilmente mi darà maggiori risposte.
B

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Come videoclip di 4 minuti sarebbe stato un capolavoro.
Come film, è la più grande porcheria dell'anno. E soprattutto, Hayden Christensen è tanto così da diventare il nuovo Orlando Bloom. Terribile.
E

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sabato, 23 febbraio 2008

Tim Burton non è mai stato così triste, cattivo e serio.
Con Sweeney Todd, Tim Burton è diventato finalmente grande, possa piacere o no al suo pubblico. Sembra quasi che abbia raggiunto quella maturità che stava cercando ormai da qualche anno, quella maturità che in maniera fallimentare (so di occupare una posizione particolarmente impopolare) aveva cercato di conquistare con il deludentissimo Big Fish.
Innanzitutto ci troviamo di fronte ad un genere che gli è particolarmente congeniale (pensiamo alle sue creazioni animate, forse il vertice della sua filmografia), è questo sicuramente gli è servito: Sweeney Todd difatti è un musical puro. E' chiaro che la distribuzione e il marketing hanno ancora paura di commercializzare il film per quello che è: dal brusio e il ridacchiamento generale che c'era in sala, scommetto che l'80% non aveva idea di vedere un film musicale.
Alle prese con un genere ben preciso, e soprattutto con un adattamento teatrale, Tim Burton riesce a controllare più facilmente il suo incredibile universo poetico facendo un film ben più compatto e coeso del solito: la fantasia non è più sfrenata, l'orchestrazione dei vari elementi è ben più salda e composta, la struttura meglio articolata.
Le sequenze musicali si susseguono senza pausa una dopo l'altra, e nonostante manchi un vero pezzone memorabile che si stagli sul resto, nel complesso risulta davvero piacevole, ben scritto e decisamente unico. E' difatti un musical atipico, vuoi per il tono gotico, vuoi per la storia para-horror, vuoi per la praticamente totale mancanza di coreografie.
Paradossalmente, un film dalle corde e tonalità così burtoniane, a conti fatti sembra essere il film più diverso e lontano dal resto all'interno della filmografia del regista: non è fiaba, non è malinconico, non è fanciullesco nè innocente.
Tecnicamente, la pellicola è splendida.
La fotografia di Dariusz Wolski è scurissima, cromaticamente incantevole, dove il sangue è così esplicitamente poetico nella sua cromia appiccicosa e leccatissima; le scenografie di Ferretti conquistano, anche se l'uso della CGI lo trovo personalmente eccessivo; infallibile la costumista Colleen Atwood: da Oscar.
Quello che colpisce durante la visione del film è l'evidente serietà e tristezza che trasuda da ogni immagine: questa non è più la malinconia burtoniana, questa è vera e propria disperazione, che non dimentica e non perdona, che stringe il cuore.
Johnny Depp azzera ogni sentimento, ed è sublime, perfetto, di una versatilità imbarazzante: non sono certo il suo più grande fan, ma nella sequenza in cui impugna per la prima volta i rasoi devo ammettere che un brivido è sceso lungo la mia schiena. I maggiori problemi li ho avuti con Helena Bonham Carter nel ruolo di Mrs. Lovett: il suo è senza dubbio il personaggio migliore, quello che fondamentalmente è il vero cuore drammatico del film, una protagonista in seconda (chiunque ama senza essere amato è per legge il cuore drammatico di una storia). Ma secondo me la scelta dell'attrice (compagna del regista) è forzata, per un personaggio che avrebbe meritato più sfumature e una dose minore di follia ed eccentricità. La Bohnam Carter è un'attrice meravigliosa, ma è troppo una macchietta per un ruolo così corposo e di sostanza.
Altri problemi per il casting li ho avuti per alcuni ruoli secondari, da Johanna ad Anthony, poco incisivi o di spessore. Menzione speciale invece per Sacha Baron Cohen: il suo Adolfo Pirelli è una gemma, grandioso.
Il film è incredibilmente dark e macabro, la cosa più horror che Burton abbia mai fatto, è quasi spiacevole, sorprendentemente disgustoso e di non facile digestione, ma è proprio questo il suo punto di forza, la sua unicità. L'incredibile pessimismo di fondo lascia il segno: ogni personaggio sembra quasi destinato a rimanere infelice per sempre: non a caso l'unico momento di luce del film è un sogno, una speranza. Interessanti ma (forse giustamente) poco approfondite la critica al consumismo e alla società di massa: "l'uomo che mangia l'uomo" è una tematica così ampia e profonda che probabilmente avrebbe destabilizzato il senso stesso della pellicola.
Sweeney Todd è un film destinato ad essere riscoperto nel tempo: per ora il Burton cresciuto fa davvero tanta paura.
B+

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sabato, 02 febbraio 2008

La sceneggiatura è piuttosto sciocchina, i personaggi sono bidimensionali e poco sviluppati, la storia non ha assolutamente niente di nuovo (qualcuno lo definirebbe "un classico"), eppure Cloverfield rimane un film come nessun altro, è qualcosa che non avete mai visto sul grande schermo prima ad ora.
JJ Abrams è un coglione, e questo lo sappiamo tutti ormai, è un grande circense, un giocattolaio che si diverte con i suoi stessi giocattoli, e il film in questione (prodotto appunto dal creatore di Lost) non è nient'altro che un grande, elefantino balocco. Non che ci sia qualcosa di sbagliato in questo, anzi, finchè dura è assolutamente divertente, a tratti fenomenale, indimenticabile in certi istanti.
Molti hanno paragonato Cloverfield a The Blair Witch Project, ma così non è.
La scelta di raccontare la vicenda attraverso l'occhio in soggettiva di una videocamera a mano accomuna certo le due pellicole (anche attraverso l'espediente del "filmato ritrovato"), ma poi le analogie finiscono qui: Cloverfield è un vero film, un motion picture, un film studiatissimo, tecnicamente assai raffinato, con una grande idea di regia (e soprattutto fotografia) alle spalle.
La cosa straordinaria è che il film è costato solo 25 milioni di dollari: probabilmente il miglior utilizzo di un budget EVER. Come abbiano fatto a realizzare certe sequenze rimane davvero un mistero, un meraviglioso mistero.
Raccontare la trama della pellicola è un crimine superfluo: non che il film riservi particolari sorprese, ma la bellezza di alcune trovate, e soprattutto l'abilità nel raccontare la storia lasciano davvero a bocca aperta.
Gli attori sono tutti eccellenti, nonostante il doppiaggio renda decisamente meno d'impatto le performance e la forza stessa del film (dovrebbe essere un documento ritrovato casualmente dalle forze dell'ordine, il doppiaggio uccide l'illusione filmica). La fotografia è qualcosa di eccezionale, lo studio dell'immagine è pazzesco, per quanto ruffiano (vedo la creatura! non è la creatura! vedo qualcosina! cos'è? non si vede! no ecco, ora vedo! non vedo più!) è estremamente coinvolgente, e non vi preoccupate, non si soffre affatto di nausea (come da più parti ho letto). Per tutta la durata del film (86 benedetti minuti) la tensione non cala un solo istante, il ritmo è sempre travolgente. La creatura stessa non è nulla di sensazionale, ma ha un look interessante e sono i suoi effetti a stupire: l'attacco iniziale è da brividi.
Ma è soprattutto la regia di Matt Reeves (esordiente della scuderia di Abrams) a lasciare di stucco: stupefacente, praticamente ha ridato linfa ad un genere considerato morto, il monster movie, qui completamente reinventato partendo dalla sua base, la paura atavica dell'ignoto. Potete contarci, così come successo all'indomani di 28 giorni dopo di Danny Boyle (che ha generato un insolito rifiorire dello zombie al cinema), dopo Cloverfield rinascerà nuovamente questo filone di serie B.
Perchè c'è poco da girarci intorno, Cloverfield è un goduriosissimo B-movie da geek.
Superficiale, bidimensionale, molto videoludico: ma davvero davvero fico.
Da vedere (anche perchè JJ Abrams lo trasformerà in un franchise con i fiocchi).
B

drammaticamente pubblicato da popholic alle ore 13:26 | Permalink | commenti (15)
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domenica, 27 gennaio 2008
E' difficile trovare le parole giuste per questo film.
Sono passate quasi 48 ore dalla visione, e ancora faccio fatica a mettere insieme i pensieri.
Il fatto è che non sono più abituato a film di questo tipo. E non mi riferisco ai temi trattati, o alla sua sceneggiatura cantata, quasi una poesia, o ancora ai suoi tempi lunghi e i ritmi dilatati.
Into the wild è quasi un trattato di etica, è un film integro, immacolato, dalla moralità altissima, come raramente mi è capitato di vedere in questi ultimi anni (penso a Malick ad esempio, l'unico con cui possa fare dei paragoni).
La pellicola è assolutamente discutibile per i suoi contenuti, e il senso ultimo del film può essere condivisibile o assolutamente respinto dallo spettatore, ma quello che rimane è un'esperienza di cinema, di cinema puro, come forse solo negli anni '70 era possibile fare.
Into the wild è percorso da una sacralità pervasiva, un senso religioso che permea altissimo l'intera durata del film, 140 minuti che non si fanno sentire assolutamente (e io sono del partito 90 minuti e bon).
E' facile dire che il viaggio di Christopher McCandless sia un viaggio spirituale ed interiore piuttosto che fisico, ma personalmente mi piace leggere il film come un viaggio vero e proprio che il protagonista consuma (e si consuma) attraverso quelli che sono i luoghi simbolo dell'America che si sta perdendo.
E' quasi un percorso a ritroso nel tempo, un'Odissea (il viaggio verso "casa" preceduto da innumerevoli incontri che cambieranno i destini di tutti) che parte dal Capitalismo e termina nella Libertà, la vera home sweet home di Christopher.
Emile Hirsch (per me indimenticato protagonista di La ragazza della porta accanto) è di significativa bravura, ed è un peccato che l'Academy abbia snobbato un'interpretazione così piena di vita, di energia, di tremenda passione. Eccellenti tutti i comprimari, a cominciare dalla sempre affidabile Catherine Keener e da Hal Holbrook nel ruolo di un anziano solitario che sfido chiunque a non amare. Splendido.
Ma soprattutto, Into the wild è un film di regia (e di montaggio).
Sean Penn è un autore che sa quello che vuole dire, e lo dice senza tanti giri di parole. Lo stile caldissimo, partecipativo, l'amore per la narrazione, ma soprattutto la forza disarmante delle idee che mette in campo fanno pensare ad un regista maturo e destinato. Dopo lo splendido (e forse superiore) La Promessa, Penn si conferma davvero come uno dei talenti più poliedrici e "sani" del cinema contemporaneo.
Da segnalare la strepitosa colonna sonora del film, che attinge a piene mani da tutto l'universo folk americano, con le meravigliose canzoni originali di Eddie Vedder (da pelle d'oca Guaranteed).
Into the wild non è certo un film semplice e dal rapido consumo.
La sceneggiatura rimane forse troppo criptica ed eccessivamente poetica, a tratti poeticizzante (e ciò irrita abbastanza il sottoscritto). La fotografia di Gautier è interessante, e i landscapes americani sono quello che sono, di una bellezza divina, ma ho trovato il lavoro della fotografia troppo ruffiano ed eccessivamente deciso a convogliare nello spettatore una chiave di lettura, imprigionandolo in un punto di vista obbligato. Sinceramente vorrei dare un voto più alto alla pellicola, ma il mio metabolismo è molto lento, e in questo caso, c'è bisogno d'aspettare.
Quello che resta è un film che sa d'antico, che è libero nel senso più profondo della parola, un film che è nato per essere un culto, e che, diamogli tempo, lo sarà senz'altro.
B

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