sabato, 22 novembre 2008

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Ora, la cosa più sconveniente non è tanto che Twilight mi sia piaciuto, quanto piuttosto il fatto che io stia sempre di più tornando tredicenne. Mentre infatti i miei coetanei passeranno le loro giornate con Il sole 24 ore sotto braccio parlando di deflazione e "chi c'era ieri sera da Floris", io suppongo che da domani mattina in poi trascorrerò le ore della mia vita ad incollare sulla Smemo gli adesivi di Bella ed Edward che troverò sul Cioè.
Ma andiamo con calma.
Innanzitutto, premessa fondamentale: non ho letto il romanzo. Quindi sono andato al cinema completamente (beh..quasi) sgombro da idee e preconcetti: quello che mi aspettavo era una romantica storia alla Montecchi e Capuleti, quindi diciamo che già il mio ormone pre adolescenziale era in allarme.
Perchè, per dirla tutta, il film è pieno di difetti: lungo, prolisso, privo di una regia interessante, scritto non benissimo. Cioè, se dovessi parlare con la voce del Dott. Jeckill, direi che effettivamente i clichè del genere ci sono tutti: la storia non è semplicemente già vista mille volte, ma è un vero e proprio saccheggio a piene mani da tutto l'universo letterario-cinematografico vampirocentrico. E' perfino noioso, e gli inserti pseudo horror-thriller sono risibili, come effettivemente immatura e non compiuta è tutta la storia d'amore. Villain da buttare, e un climax finale completamente assente.
Ma effettivamente, il mio Mister Hyde ha argomenti molto più convincenti, e per più convincenti, intendo fondamentalmente sessocentrici.
Partendo dai protagonisti.
Kirsten Stewart e Robert Pattinson sono perfetti. Lei la amai fin da Panic Room: in Twilight offre una performance solida, ben costruita, molto interessante, ed oltretutto ha un fascino ed un magnetismo folli. Lui, come posso dire senza sembrare esagerato.. vediamo.. lui dunque.. potrei dire.. ecco.. senza rischiare di strafare come al mio solito, ma contenendomi nelle anse di un'oggettività razionale, ecco, Lui è Dio.
E poi ha i capelli magici, non posso più farne a meno, voglio il suo scalpo da pettinare sul mio comodino. La chimica è in ogni caso irresistibile, quando dividono lo schermo è il delirio.. fili di bava che colano neanche fossi un Alien. Assolutamente perfetti insomma: sono loro il vero motivo del successo di questo film (la sala era piena, tra l'altro).
La storia d'amore, dunque, si diceva: si astengano i cinici. Ed anche per questo io ho sguazzato nel piacere più masochistico: sapete benissimo che ovunque riecheggi un "tu sei tutta la mia vita" o un "ti amerò per sempre" un sorriso idiota risplenderà sul mio volto.
Twilight oltretutto è il classico film da vedere sul letto con i bigodini in testa e la maschera facciale alle rose della Papua Nuova Guinea: è un film fatto apposta per tutte le galline di questo mondo, dove ogni due secondi si possa fare rewind per riascoltare una frase fondamentale (tipo "ti proteggerò per sempre" o "ovunque sarai tu io ci sarò") e fare di conseguenza lunghi sospiri di autocommiserazione o anche per SPOILER attraverso un sapiente gioco di RW + FFW alternati con dovizia, ricreare delle sequenze di sesso estremo ahimè mancanti nella pellicola FINE SPOILER.
Twilight insomma è un film ricolmo di brutte cose, tecnicamente tutt'altro che eccellente, inficiato, secondo me, da troppe pressioni e da una regia non all'altezza. Forse addirittura strabordante verso il TV Movie. Eppure, ed è questo che mi conquista ogni volta, riesco tranquillamente e facilmente a capire perchè abbia questo strepitoso successo presso gli adolescenti. E' un film che parla d'amore. E un film che parla d'amore agli adolescenti beh, per me è comunque un successo.
B (ma per il tredicenne dentro di me è tipo nella Top Five EVER!)

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domenica, 19 ottobre 2008

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Se esiste la perfezione, il suo nome è Pixar.
Sì è vero, il film gioca molto sporco: un robottino rimasto solo sulla terra farebbe piangere anche Maria De Filippi sotto anfetamine.
Ma del resto, quelli non sono semplicemente dei gran furbacchioni, ma sono dei veri autori, e non si può certo rimproverar loro di aver giocato facile, perchè questa pellicola, è tutt'altro che facile.
Confezionare, nel 2008, un film (quasi) muto, crudele, cinico, perfino a tratti violento nella sua cattiveria verso la razza umana, è un'impresa che pochi riuscirebbero a portare a compimento. Ma quando si ha a che fare con la Pixar, allora forse sì, è il caso di scomodare delle parole esagerate: Wall-E è un capolavoro.
Wall-E è tutto e il contrario di tutto, è fantascienza e neorealismo, è infantile e adultissimo, è di una tenerezza disarmante ma sa anche essere cinico e terribile.
Tecnicamente è da capogiro: movimenti di macchina folli, visuali grandiose, un lavoro di scenografia incredibile. I paesaggi sono clamorosi e non fanno semplicemente da cornice, ma anzi, "urlano" e parlano allo spettatore: una Terra così non l'avete mai vista, e fa impallidire anche le più atroci visioni cinematografiche sul futuro. La sceneggiatura e i dialoghi sono ridotti all'osso, ma la cosa straordinaria è la capacità che hanno i personaggi di comunicare al di là delle parole.
E ovviamente, ancora una volta, quello che conta, al di là di un soggetto e di un concept che rasentano la perfezione drammaturgica, sono appunto i personaggi di una grandezza interiore fenomenale. Se esteticamente, Wall-E è un incrocio tra E.T. e Numero 5 di Corto Circuito, caratterialmente siamo nei paraggi di Chaplin. In quella prima mezzora, ho avuto il cuore spezzato una dozzina di volte, e per questo potrei fare causa alla major americana, perchè non possono andare avanti in questo modo.
Poi il film, letteralmente, decolla e lascio a voi scoprire tutto quello che questa pellicola ci può dire. Certo, il messaggio ecologista lascia il tempo che trova, e forse potrebbe far storcere il naso a qualcuno: personalmente non amo i film a tesi, ma non è assolutamente il caso di Wall-E.
Ogni momento è una gemma, ogni attimo è destinato a diventare un classico.
Poi insomma, il protagonista è tenerissimo: adora Audrey Hepburn, vede My Fair Lady a ripetizione, si spaventa per qualsiasi cosa, ha problemi di orientamento amoroso e si innamora di donne forti e autoritarie.
Insomma, Wall-E è gay.
A
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mercoledì, 24 settembre 2008

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Non sono il più grande fan dei Coen sulla faccia della terra. Come per tutta l'arte, il loro cinema pulito, preciso e cristallino mi infastidisce, o peggio, a volte mi lascia del tutto indifferente. Io preferisco l'arte sporca, mi piacciono le sbavature di inchiostro, i colori che si mescolano, le voci che gracchiano, l'imperfezione dell'errore e dello sbaglio.
Eppure, per quanto costruito come una precisa tesi dove molto viene sacrificato per far funzionare l'equazione finale, Burn after reading rimane un divertissement del tutto piacevole, un pò il classico film che il medio borghese potrebbe definire "bello" per il semplice fatto che rompe (un pò) le convenzioni del genere.
La trama è solo un pretesto, come del resto sempre capita con i due fratelli registi: una storia di spionaggio dove quello che conta non è tanto la soluzione del caso (a proposito, il finale è esilarante), quanto piuttosto le dinamiche che portano a tale soluzione.
La sceneggiatura è precisa, minuta, dettagliata: basta un dettaglio e si dipana un intero mondo. Un gesto, un elemento d'arredo, una porzione di vestito: è straordinario il modo in cui i Coen riescano a raccontare un universo partendo dal piccolissimo. I personaggi sono descritti perfettamente, compaiono sotto ai nostri occhi come fossero sempre stati lì, in mezzo ad una massa informe di persone.
A reggere la gretta common people è un cast, come al solito, spaziale: difficile trovare il migliore. George Clooney, Brad Pitt, Frances McDormand, Tilda Swinton fanno a gara tra di loro, ma forse è John Malkovich ad avermi davvero conquistato: impagabile. Così come meritevole di tutta la fama di questo mondo è il sempre perfetto JK Simmons, ormai un caratterista old style come pochi ne sono rimasti.
Il film si configura come una commedia nera e torbida, dove la risata deflagra tutt'altro che timidamente, ma lo fa quasi per voler coprire le nostre vergogne, quasi per l'imbarazzo di trovarsi di fronte ad un mondo cinico e vigliacco, labirintico e asfittico, dove non esistono scopi, o buone azioni, ma solo un amaro desiderio di tornaconto personale.
Ma al di là di dettagli più o meno tecnici, a colpire lo spettatore è proprio il generale clima di grettezza e malvagità che permea ogni singolo personaggio. Che non ci fossero più gli eroi di una volta lo si era ampiamente capito, ma la totale mancanza di empatia (e simpatia) nei confronti di questi personaggi è a tratti disarmante, quasi da togliere il fiato. Il bene è completamente assente, o peggio, quando è presente, viene ritratto come stupido, vacuo, senza fine. L'egoismo e la viltà diventano veri e propri leit motiv di un universo che non può lasciare scampo, ma che costringe e ingabbia ogni scopo, che umilia, che mutila, anche fisicamente.
E quello che può ad un primo sguardo apparire come un'impropria operetta morale pronta ad insegnarci ciò che è giusto e ciò che non lo è, ad un'attenta analisi si dimostra invece completamente privo di qualsiasi elemento educativo.
Come dire che i Coen hanno ormai solo voglia di ridere.
Ma di ridere di noi.
B

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domenica, 31 agosto 2008

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Non ho mai particolarmente amato i film della Dreamworks Animation.
Shrek è sempre stato un sonoro "sì grazie, ma no grazie", Shark Tale un aborto, Madagascar da denuncia.
Quindi le aspettative per Kung Fu Panda non sono mai state alle stelle, anche perchè il plot suonava estremamente male: un panda pigro e ciccione è destinato a diventare un guerriero Kung Fu che sconfiggerà gli eserciti del male. No beh, veramente, sono Mi aspettavo una specie di Tekken con le bestie.
Eppure, fin dai titoli di testa il film, è innegabile, conquista.
Innanzitutto, quello che colpisce subito, è la cura e la grazia dell'animazione e di tutto l'aspetto grafico. Raffinato, colto, squisito. La fotografia, che punta tutto sul gusto cromatico e sulla simmetria delle immagini, è evocativa, suggestiva, bellissima. Esteticamente è una caramella per gli occhi, ogni ambientazione (sì, in questo caso è molto Tekken) riserva un godimento sensoriale nuovo e soprattutto autentico: nulla sembra forzato, e anche la pioggia di petali di fiori di pesco, per quanto derivativa e già vista mille volte, suona poetica e non forzata, non "artificiale".
L'animazione, inoltre, è il punto più alto raggiunto finora dalla casa di animazione: la Pixar è ad altri livelli, ma Kung Fu Panda è davvero una meraviglia.
Tecnicamente, dunque, il film c'è ed è davvero incantevole: anche le musiche di John Powell e di Hans Zimmer sono divertenti, per nulla retoriche, quasi colte nei rimandi a tutta la cultura orientale (un pò effetto melting pot visto dall'Occidente, però ci può stare).
A livello narrativo, il film regge piuttosto bene considerando quanto la trama sia derivativa: non ci sono grossi colpi di scena, e tutto scorre nella sua perfetta direzione SPOILER compreso un finale forse non all'altezza del resto del film, che non riesco tuttora a giustificare FINE SPOILER. Merito di una sceneggiatura forse banale ma pur sempre efficace, con alcuni momenti davvero sinceri ed autentici, ed alcune perle da trascrivere nel proprio Moleskine.
Il protagonista, forse a causa del doppiaggio non perfetto di Fabio Volo (non ho proprio voglia di lamentarmi sul trattamento che l'Italia riserva ai film d'animazione.. a sto giro bypasso), non è immediatamente simpatico, ma diciamo che nel corso del film diventa più forte e ben definito: chiaramente costruito ad uso e consumo del merchandising, io per primo adesso voglio riempirmi la casa di pupazzi pandiformi. I personaggi collaterali sfiorano ahimè la famigerata categoria del "carino", e non riescono più di tanto ad alzarsi sopra la media, anche perchè non hanno una rilevanza particolare, vengono sfruttati decisamente poco. Menzione speciale alla vecchia tartaruga saggia: il mio preferito.
Insomma, un film decisamente godibile, non perfetto, ma un netto miglioramento rispetto a quanto la Dreamworks ci ha proposto ultimamente. La storia magari non conquista subito, e i personaggi, per quanto divertenti, non sono certo la crema della caratterizzazione: ma esteticamente gioca degli assi vincenti, la carineria non è fastidiosa, e si esce dalla sala contenti e con l'anima tranquilla.
Esattamente, come bambini.
B

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lunedì, 25 agosto 2008

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Wanted
Tamarro, ipertrofico, gioiosamente ridicolo. La sceneggiatura non esiste, i dialoghi sono telefonatissimi, le soluzioni registiche terribilmente kitsch e le scene d'azione già viste mille volte. Una specie di rigurgito anni '90. Eppure James McAvoy non sbaglia un ruolo ed Angelina Jolie, nonostante la magrezza ed il fisico quasi malato, rimane di un magnetismo folle. Una buffonata, ma il tempo scorre, il ritmo tiene e qualche risata, volontaria o meno, ci scappa.
Da antologia del trash il telaio indemoniato: adoro.
C-

Il Cavaliere Oscuro
Solido, epico, tragico. Quasi perfetto. Il Cavaliere Oscuro è effettivamente il miglior film visto in questo 2008. E' difficile non essere entusiasti davanti ad una pellicola così complessa e dall'architettura implacabile. Merito certo del cast e della sceneggiatura, ma soprattutto di un lavoro di regia di rara potenza. Christopher Nolan confeziona un film che profuma di tragedia greca, che precipita negli inferi per innalzarsi verso vette che tolgono il fiato. Sbrodoloso verso i 3/4, ma è un difetto perdonabile. Bravo Bale, ottimo Ledger (è un tipo di performance che personalmente non amo, ma il talento è indubbio), e grandissimi i comprimari, a partire da un Aaron Eckhart in stato di grazia, fantastico.
Tecnicamente eccellente.
A-

Agente Smart: Casino Totale
Buffo, piacevole, stupidino. Senza pretese, il film diverte grazie ad un cast perfetto: Steve Carell si conferma per quello che è, ovvero uno dei (se non IL) migliori commedianti hollywodiani in circolazione, mentre Anne Hathaway è sorprendente ed irresistibile. The Rock diventa ufficialmente uno dei miei attori preferiti. La commedia, a volte brillante, a volte puro slapstick, fa centro in più di un'occasione, offendo un tipo di intrattenimento non certo intelligente ma almeno appetitoso. Famigeratamente carino.
C+

Le Cronache di Narnia: Il Principe Caspian
Tronfio, fascistoide, reazionario. Il nuovo capitolo  delle Cronache di Narnia è un abominio di decente fattura. Se il primo episodio mi aveva lasciato del tutto indifferente, questa seconda avventura supera i limiti della tollerabilità: induce sonno e rabbia, come una brutta puntata di Derrick. Completamente privo non solo di stile, ma perfino di capacità narrativa: il peggiore dei difetti per un film con un target di bimbi e ragazzini. Lasciando perdere l'ideologia che sta dietro alla pellicola, fa sempre un certo effetto vedere dei 14enni che sgozzano e decapitano "i cattivi" con tale nonchalance. Ottimi gli effetti speciali, ma non bastano a salvare un progetto che sembra abortito: derivativo, imbalsamato,  mortifero.
E

Non mi scaricare - Forgetting Sarah Marshall
Innocuo, tenero, lieve. Il nuovo progetto della crew di 40 anni vergine, Superbad e Molto incinta, torna con un film un pò inutile e dimenticabile, ma pur sempre piacevole e divertente. Meno solido delle precedenti commedie (e anche meno esilarante), risulta nonostante tutto delicato e buffo, con qualche battuta che fa colpo e altre che invece vanno a vuoto. Personaggi non particolarmente carismatici, ma con cui è facile identificarsi, e una Mila Kunis semplicemente spettacolare. Belle musiche, belle location, comicità random, e una tenerezza di fondo che non lascia indifferenti.
C

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sabato, 31 maggio 2008

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Da spettatore, il senso generale che si percepisce è quello di un'operazione fatta per permettere a quattro attrici incapaci di crearsi una carriera dopo il folgorante successo della loro serie tv di ritornare alla ribalta e assicurarsi una pensione serena. Come dire, lucrare, lucrare, lucrare.
Il che non è per forza un difetto.
E certo, tutti voi potrete obiettare che il cinema esiste nel 99% dei casi unicamente per far circolare i quattrini. Ma ecco, in questo caso si vede. O meglio, non si vede altra motivazione, non sembra esistere ragione alcuna per cui valesse la pena resuscitare un concetto tanto cult quanto anni '90 come questo.
Un bel film? Forse.
Un buon film? Assolutamente no.
La prima cosa che mi ha colpito è l'estrema fedeltà alla matrice telefilmica. Non solo per la storia, ma addirittura per tutto il corollario tecnico/artistico, possiamo tranquillamente dire che Sex and the city Il Film è praticamente la settima stagione ufficiale del telefilm. Non c'è alcune re-invenzione di linguaggio, il passaggio da piccolo a grande schermo non ha comportato alcun cambiamento. E forse, a mio avviso, è questo l'errore più grave e imperdonabile della pellicola: è come se avessero pompato all'estremo una puntata da 40 minuti del serial, rendendo leggermente più patinata la fotografia, aumentando il budget, e allungandone la durata. E i titoli di testa che riassumono la storia dello show tv sono un pò tristini.
Il problema è che cambiando il media di riferimento, era necessario cambiasse anche il linguaggio utilizzato, soprattutto se ci soffermiamo sulla regia decisamente piatta e noiosa di Michael Patrick King (creatore della serie). E' brutto da dire per un film come questo, ma Sex and the city manca completamente di stile: se non fosse per le quattro protagoniste, la pellicola non ha davvero niente di speciale.
Passiamo dunque a loro, la vera raison d'être del film.
Forse è anche stupido da parte mia aspettarmi qualcosa di nuovo da quattro personaggi (e non quattro persone), e devo essere sincero con me stesso, non posso certo criticarne la bidimensionalità o la mancata evoluzione psicologica perchè non avrebbe alcun senso: sono quattro monoliti, sono quattro caratteri, quasi maschere da teatro veneziano (la complessa, la ninfomane, la frigida, la snob), ed è giusto che rimangano così. Ed effettivamente sono personaggi che reggono bene il gioco, divertono, sollevano polemiche con i loro comportamenti tanto idioti quanto umani. Amate od odiate che siano, sono identità ben sviluppate, superficiali ma del tutto godibili. Per quanto mi riguarda, ho trovato particolarmente sacrificato il personaggio di Miranda e soprattutto di Charlotte, ma del resto è così anche nel telefilm, quindi c'è poco di cui lamentarsi. Gli uomini praticamente non hanno vita, ma vabbè, tanto non c'è Aidan, quindi a me che me frega degli altri..
Punto debole della pellicola rimane la sceneggiatura estremamente sciocca e sorprendentemente superficiale. Quello che davvero colpisce è l'estrema banalizzazione, quasi volgarizzazione dei sentimenti, cosa che mai era successa nei 7 anni di trasmissione televisiva: non voglio rivelare dettagli della trama, ma le risoluzioni amorose di questo film lasciano davvero a bocca aperta per quanto sono sciocche.
Samantha è l'elemento comico del film quindi in linea di massima riderete se vi fanno ridere le sue esternazioni sessuali: personalmente non mi scompiscio per le sue battute sugli uccelli, il dentice di Dante, la foresta tra le gambe eccetera eccetera. In generale comunque la comicità del film diciamo che tende più verso Boldi e DeSica che verso Woody Allen.
Insomma, Sex and the city è tristemente un film che non ha nulla di speciale, nè particolarmente brillante, nè particolarmente brutto. Si trova lì, in quello spazio tra il mediocre e il carino. Vestiti, scarpe, borse, appartamenti da sturbo, un tripudio fashionista da frociarole impazzite, musica caruccia: sì ok, ma francamente a me non basta. Essenzialmente, manca al film un elemento fondamentale, che mai era venuto meno nelle sei stagioni televisive, quell'elemento che mi ha fatto innamorare dello show, che mi ha fatto ridere, piangere, amare New York.
Gli manca un'anima.
E questo sì, è imperdonabile.
C

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lunedì, 26 maggio 2008

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Prima di parlare del film, devo per forza dire due cose.
Sono due i film che mi hanno fatto amare il cinema in maniera così viscerale. E no, non elencherò nessuna pellicola di Jodorowsky o di Bunuel, perchè francamente, chiunque dica di aver amato il cinema guardando Antonioni o Godard o registi di questo tipo, beh, è semplicemente un gran bugiardo (o una persona davvero disturbata).
Io ho capito che il cinema fosse arte guardando proprio I predatori dell'arca perduta.
Ho avuto i brividi ascoltando John Williams, ho tremato davanti agli inseguimenti, alla nuova idea di montaggio, allo spettacolo assoluto che Spielberg mi ha regalato. Quindi per me, personalmente, questo quarto episodio è qualcosa di più di un semplice film, è come un ritorno alle origini, è come la riscoperta dei motivi che mi hanno portato ad essere ciò che sono.
La seconda cosa riguarda le recensioni: se c'è una cosa che odio è distruggere un film. Ma soprattutto distruggere l'idea, le aspettative, il clamore e l'attesa di vedere un film: chi ama davvero il cinema si nutre di queste cose, si nutre dell'attesa, della coda alla biglietteria, delle luci che si spengono prima della proiezione, del silenzio. E siccome Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo è uno dei film con una base di fan più ampia in assoluto, invito chiunque non l'abbia visto a non leggere questa recensione.

Detto questo, cominciamo.
Indiana Jones 4 è un film spaccato a metà. Anzi, la spaccatura arriva verso i 3/4 del film.
Prima dei venti minuti finali infatti, il film è assolutamente adorabile. E' caciarone, giocattoloso, divertente, pieno di battute spiritose, pieno di effetti visivi funzionali, inseguimenti clamorosi (strepitoso l'inseguimento nella foresta amazzonica: 10 minuti di meraviglia), momenti talmente over the top come solo Indiana e Co. possono permettersi.
La trama è poca cosa sinceramente: c'è poca storia, i comunisti al posto dei nazisti, i russi al posto dei tedeschi, la guerra fredda al posto della seconda guerra mondiale. Niente di esaltante, il soggetto è sicuramente inferiore a quello dei tre capitoli precedenti (forse al pari con il Tempio maledetto). Ma del resto, non si va a vedere Indiana Jones per essere istruiti, nè per apprendere, nè per essere coinvolti dal plot: si guarda Indiana Jones per cavalcare l'avventura. Punto.
E la prima ora e mezza è vera avventura: il prologo con la bomba atomica, l'apparizione di Shia LaBeouf e l'inseguimento in città, la straordinaria parentesi amazzonica. Gli effetti visivi sono splendidi e divertenti, le battute sono sempre al posto giusto, qualche lungaggine di troppo.
Quello che funziona poco sono sinceramente i personaggi di contorno: Karen Allen è piuttosto superflua, cioè, è carino rivederla in scena ed sfido chiunque a non trovarla adorabile, è solo che la sua è una parte davvero superficiale, una specie di macchietta che non ha vera ragione. Così anche per Shia LaBeouf SPOILER che poi scopriremo essere il figlio di Indiana Jones, e probabile prosecutore del franchise di Indiana Jones FINE SPOILER, e soprattutto per il villain di Cate Blanchett, personaggio già di per sè piuttosto sciocchino, ma ucciso letteralmente dal doppiaggio italiano.
Harrison Ford, grazie ai filtri sull'obiettivo e ad un lavoro sull'immagine che sarà costato quanto un'ora e mezza di effetti speciali, è un vero fico, e per vero fico intendo che me lo farei. Non ero particolarmente propenso a far resuscitare questa icona cinematografica, perchè vedere un eroe invecchiato è una delle cose più tristi in assoluto. Con il senno di poi, posso dire che ancora ha qualche carta da giocare questo vecchietto.
Insomma, la prima ora e mezza è spettacolo, è quello spettacolo che mi aspettavo.
Veniamo poi al cataclisma, gli ultimi venti minuti.
Io so che Spielberg ha dei problemi con i finali: Salvate il soldato Ryan, AI, La Guerra dei Mondi, The Terminal.. Spielberg sembra incapace a dirigere dei the end, sbrodola, sbrodola come un labrador affamato. E qui uguale, la fine di Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo è quasi atroce. Dove volesse andare a parare, io l'avevo capito già dopo mezzora di film: iniziano a suonare i miei campanelli d'allarme, e ahimè, ho fatto centro. Ma non sono un genio neh, se conoscete Spielberg, sapete benissimo quale sia uno dei suoi punti deboli.
Ed è un vero peccato. Troppo uso di CGI, che per un prodotto come Indiana Jones è una vera bestemmia, troppa inverosimiglianza non gustificata, troppo insensatezza, buchi di sceneggiatura, un delirio audio-visivo che non ha giustificazioni. Nel tentativo di non deludere i fans hanno pompato il film oltre la sua capienza: e per questo, senza alcun controllo, il film deborda.
E distruggere i venti minuti finali di una pellicola significa far dimenticare quanto di bello c'era nella prima ora e mezza.
E la bella, luminosa fotografia del fedele Janusz Kaminski non fa nulla, non può nulla contro l'ego esagitato di un regista che ha dimenticato come fare un bel film artigianale.
C+

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lunedì, 12 maggio 2008

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Speed Racer è un oggetto davvero strano.
E' talmente pieno di difetti, che è quasi impossibile non trovarlo adorabile. I suoi personaggi, il suo mondo, il suo universo parallelo: Speed Racer è tutto e il contrario di tutto. In alcuni momenti è noioso, lungo, indecifrabile e indifferente, e quasi ti vien voglia di gettare la spugna e dire che "no, è proprio un film brutto", ma poi cambia sequenza, si inserisce la marcia giusta e si trasforma in un enorme mela caramellata che ti chiede solo di leccare ogni sua singola zuccherosa goccia di sciroppo.
Probabilmente è uno di quei film che ti chiedono a gran voce di essere amati, una di quelle pellicole che devi sforzarti di amare, che ti chiedono fatica e convinzione, un atto continuo di cieca fede.
E se ti arrendi a tutto questo e ti sforzi di amarlo, Speed Racer funziona.
Molti potrebbero accusare il film di essere tutta forma, di essere solo estetica al servizio del vuoto cosmico, tutto fumo insomma, senza ombra di arrosto. E il punto secondo me è proprio questo: il fumo E' la sostanza, Speed Racer fa dell'estetica il suo discorso, il suo cardine, non esiste un messaggio ma anzi, si ritorna a quella che è la funzione per cui il cinema è nato: fare spettacolo, stupire, ingannare l'occhio, illudere lo spettatore. Questo film è la sua immagine, e la sua immagine diventa il senso stesso dell'operazione: da questo punto di vista, Speed Racer è completamente delirante.
Tradurre in parole le immagini di questo film è inutile: i € 7,80 del biglietto del cinema valgono almeno solo per questo, provare l'esperienza cromatica di questa pellicola, un esperimento da mal di testa, che probabilmente solo un bambino sotto LSD riuscirebbe a raggiungere.
La fotografia utilizza colori iper saturi (si sconsiglia la visione ad epilettici) che spaziano dal fluo a giochi di luce da Las Vegas, una profondità di campo pari a zero grazie all'utilizzo di obiettivi che mettono a fuoco tutti i livelli dell'immagine, sequenze disegnate, sfondi completamente digitali, ambientazioni surreali, citazionismo pop che non lascia scampo e che mescola l'anime giapponese a 2001 di Kubrick, Tekken agli anni '60, in un delirio visivo che non ha eguali. E non ve lo sto neanche a dire, se avete intezione di vedere questo film, non aspettate il DVD perchè solo al cinema ha un senso, ha una ragione d'essere. Le corse automobilistiche sono al di là di ogni immaginazione, e il rischio di schiumare dalla bocca come lumache in preda all'acido è assolutamente una realtà.
I problemi del film si svelano nel momento in cui questo cerca di andare oltre la sua estetica.
La storia di Speed Racer infatti è sinceramente poco coinvolgente, e i personaggi non riescono ad incantare. Ma è soprattutto la sceneggiatura a fare difetto, a risultare non solo poco brillante, ma spesso anche troppo retorica, ridondante, risaputa, con alcuni momenti eccessivamente lunghi, confronti tra personaggi poco riusciti, scioglimento delle tensioni inefficace.
Emile Hirsch è bravo come sempre, e riesce a diventare quell'icona che Speed Racer è. Anche Christina Ricci è adorabile nel ruolo di Trixie, e tutti i comprimari (dalla Sarandon a Goodman) risultano convincenti e belli da vedere. Sono tutte figure bidimensionali, veri personaggi da fumetto, e se da una parte è filologicamente corretto che siano così, è anche vero che dall'altra non trasmettono quell'empatia e quell'energia che per un successo cinematografico sono necessari.
Da non sottovalutare la gloriosa colonna sonora di Michael Giacchino, che rapidamente sta diventando il mio compositore preferito. Un genio.
La regia dei fratelli Wachoski è abile a tenere le fila di un film così carico di elementi e di un universo così complesso come quello di Speed Racer, ma purtroppo sembra a volte incapace a tenere a freno del materiale così folle.
E' un film acido, psichedelico, al di fuori di ogni logica narrativa e cinematografica.
Difficile, incomprensibile, a tratti noioso e glaciale.
Eppure lo spettacolo c'è, e si vede.
B-

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domenica, 04 maggio 2008

reviews, dimmi di me, mi familia

Avrei voluto scrivere la recensione de L'altra donna del re, ma francamente non ho voglia. Cioè, è domenica sera e l'ultima cosa a cui penso è scrivere a proposito di un film che non sfigurerebbe nel ciclo Donne al bivio - Dossier di Rete4 (comunque a chi interessa, C-).
Comunque il weekend in famiglia passato a raccogliere le mele in campagna è andato benissimo, a parte il fatto che non è stagione di mele ma solo di bacarozzi che si precipitano a pioggia sulla tua testa ad ogni folata di vento. Ma gli insetti sono solo dettagli, perchè in verità io amo la campagna come Amy Winehouse ama il crack.
Il fatto è che io ho un ideale di vita molto amish: fosse per me passerei il tempo ad arare i campi, piantare la cicoria, fingere di vivere nel 1860, ciulare con i parenti, e mettere sulla forca gli extracomunitari.
Penso che non esista al mondo uno stile di vita più bello, sano e gratificante.
In ogni caso il ritorno alla vita cittadina è stato abbastanza traumatico, e per traumatico intendo che oggi domenica 4 maggio mi sono svegliato con la febbre, l'herpes, il cagotto, il mal di gola, praticamente mi manca solo l'alluce valgo e poi potrei benissimo andare a dondolarmi sul campanile di Notre Dame lamentandomi di quanto per noi sgorbi è dura la vita.
A domani.

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domenica, 20 aprile 2008

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In un mondo perfetto, Robert Luketic sarebbe il regista sulla bocca di tutti. Abile, capace, profondamente medio (e non mediocre), il suo è un cinema popolare, che arriva a tutti, privo di guizzi, di rischi, di autoralità, ma non privo di entusiasmo o amore per il suo mestiere.
Dopo La rivincita delle bionde e Quel mostro di mia suocera (sì, io ho amato anche questo film), la nuova pellicola del regista conferma quelle che sono delle doti evidentemente naturali. E devo ammetterlo, probabilmente lo giudico superiore ai suoi veri meriti, ma non posso non guardare con sollievo e ammirazione un direttore in grado di produrre ancora delle opere che si collocano al centro, nel giusto mezzo, in quell'area sempre più deserta del film medio, che non sia nè di genere, nè palesemente teso verso i grandi incassi o le grandi lodi.
21 negli Stati Uniti è la sorpresa del 2008, complice anche un periodo non particolarmente ricco di novità o di blockbuster, è riuscito a ritagliarsi la prima posizione al botteghino per due settimane consecutive. Il film è sicuramente dignitoso, veloce, colmo di rassicuranti stereotipi, di sviluppi narrativi prevedibili, e di un certo senso di deja-vu generale che però non soffoca la godibilità dell'operazione.
Il difetto maggiore della pellicola sta essenzialmente nello scarso interesse che i protagonisti riescono a suscitare nello spettatore: a me francamente importava poco della sorte dei personaggi, e questo ha pregiudicato una più viscerale partecipazione e un coinvolgimento più forte con tutta la storia.
Storia che peraltro lascia il tempo che trova: lo spunto può anche essere interessante (un gruppo di ragazzi svaligia i casinò di Las Vegas grazie ad una tecnica matematica che riesce a prevedere e a battere il banco del black jack), ma la realizzazione non riesce a mantenere le promesse, e risulta alla fine non convincente (ok, io sono stupido come una velina e quindi non faccio testo, ma vi assicuro che non ho capito una fava di tutta la spiegazione algoritmica su come prevedere le carte da gioco..).
Gli attori fanno il loro dignitoso lavoro: Kevin Spacey (anche produttore) e soprattutto Laurence Fishburne ovviamente giganteggiano circondati da attori giovani e poco conosciuti. Bravo il protagonista Jim Sturgess, faccia da bravo ragazzo della porta accanto, che con le dovute proporzioni mi ricorda un Dustin Hoffman agli esordi. Notevoli i capelli di Kate Bosworth.
La sceneggiatura è diligente ma assolutamente dimenticabile, con qualche buco di troppo: SPOILER che fine ha fatto Fisher? Ben cambia atteggiamento, da geek a sbruffone fin troppo velocemente.. FINE SPOILER. Tecnicamente è un buon film, ed è innegabile che Las Vegas sia una componente fondamentale per il suo splendore visivo. Carine (ma già viste) le sequenze di gioco ai tavoli.
Nel complesso un film assolutamente accettabile, medio, vedibile tranquillamente in DVD senza alcun senso di colpa. Qualche momento di noia, qualche lungaggine di troppo, colpi di scena inesistenti, un thriller edulcorato ad uso e consumo di teenager senza tante pretese.
Passabile di qualche critica la morale del film.
C

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C'è qualcosa che non quadra in Ortone e il mondo dei Chi. E' strano, ma la somma delle parti è inferiore al valore delle parti stesse. La sceneggiatura è divertente (infantile, ma divertente), le risate non mancano, il protagonista non è immediatamente un classico (come fu Shrek a suo tempo, ad esempio) ma è pur sempre simpatico e con un carattere ben identificabile, costruito bene, i comprimari sono tutto sommato riusciti, e l'animazione assolutamente adorabile. Eppure sembra un film non-finito, sembra che ci sia qualcos'altro che stenti a decollare, che faccia fatica ad arrivare al pubblico.
Innazitutto occorre segnalare come il doppiaggio di Christian De Sica sia del tutto fuori luogo: un elefante dall'atteggiamento infantile che parla come un cinquantenne di Trastevere è piuttosto osceno. Per carità, De Sica non ha colpe, suppongo a questo punto che sia stata la distribuzione italiana a chiedergli di marcare l'inflessione romana e di uscirsene con frasi in romanaccio, ma l'effetto finale è davvero di grande povertà espressiva. Se consideriamo che l'originale è stato doppiato da Jim Carrey, possiamo ancora una volta lamentarci di quanto piccolina sia davvero la nostra penisola.
Doppiaggio a parte, il film soffre probabilmente di una certa abbondanza narrativo-visiva. C'è davvero tanta, forse troppa, carne al fuoco: si parla di amicizia, di famiglia, di Dio, del prossimo, di carità cristiana, di colpa.. è un film così sovraccarico di tematiche e di morali che corre il rischio di non centrare facilmente il bersaglio, di lasciare lo spettatore un pò "perso" all'interno di un colorato universo parallelo. Allo stesso tempo, probabilmente è anche questo il suo punto di forza: un film palesemente infantile che aspira però a raccontare altro, ad insegnare (se possibile) dei valori mescolati con cura all'interno di una storia che fa dell'assurdo e del nonsense il suo epicentro.
Ortone e il mondo dei Chi ha il merito di non scegliere la strada più semplice per raccontare la sua storia: è confuso, pazzo, assurdo, divertente, quasi un sogno astratto in alcuni punti, un incubo in altri. E' difficile stare dietro al suo protagonista, ai paesaggi che incontra, alla storia del minuscolo popolo dei Chi che si nasconde in un granello microscopico, dove nulla ha una dimensione, dove alla fine tutto è relativo, la verità non esiste, e quello che conta è solo l'amore che accomuna i suoi protagonisti. Certo, nulla di nuovo, tutto già sentito, ma rimane comunque un piacevole senso di sorpresa nel vederlo inserito in un film per bambini (perchè è un film per bambini, sia chiaro).
Eh sì, alla fine ho pianto, e quell'essere batuffoloso giallo che prende il volo ogni volta che sospira è il mio nuovo idolo personale.
C+

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wrote by popholic

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